Dove siamo


Dove siamo

Sant’Angelo di Brolo, C/da Santa Venera n°46

Sant’Angelo di Brolo (Sant’Àncilu i Brolu in siciliano) è un comune italiano di 2 986 abitanti[2] della città metropolitana di Messina in Sicilia. Il nome del paese si rifà alla chiesa di Sant’Angelo e al termine “Brolum” che nel linguaggio medioevale significava campo coltivato. Le origini del centro abitato, così come è oggi disposto, risalgono alla campagna Normanna contro i Saraceni condotta da Ruggero II D’Altavilla, il quale dopo aver vinto una battaglia nell’attuale contrada Altavilla, secondo leggenda grazie all’intercessione dell’Arcangelo Michele, eresse un convento a memoria dell’evento e lo affidò ai padri Basiliani. Intorno al Convento nacque il centro abitato. Erasmo fu il primo abate. Tuttavia erano già presenti nel territorio quattro casali greci. Il paese fu assoggettato alla dinastia feudale degli abati del Monastero di S. Michele. Raggiunse il suo massimo sviluppo fra i secoli XVI e XVII grazie all’avvio della produzione della seta. Ricco di monumenti architettonici, in prevalenza religiosi fra cui la Chiesa Madre con uno stupendo portale intagliato, la Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo, l’abbazia di San Michele Arcangelo voluta dal conte Ruggero d’Altavilla, il Castello e la torre di Piano Croce.

Il paese, anche solo con mille abitanti, fu storica residenza di numerosi nobili, tra cui il principe di Sant’Elia Natoli, figlio di Blasco, fondatore del Monastero di S.Chiara, principe di Sperlinga e di Camporotondo, e anche i principi di Galati, il principe di Santantonino, la principessa Isabella di Cerami, i Lanza, gli Spucches, Francesca Natoli, moglie del barone caldarera, sorella del marchese Vincenzo Natoli, in quegli anni presidente del Regno.

Nel 1359 sotto il regno di Federico IV di Sicilia la fortificazione e i possedimenti sono assegnati a Vinciguerra d’Aragona.[4]

SEDE OPERATIVA

Capri Leone Fraz. Rocca Via Dante Alighieri n° 63

Capri Leone Fraz. Rocca Via Dante Alighieri n° 63 Capri Leone (Capri in siciliano) è un comune italiano di 4 416 abitanti[2] della città metropolitana di Messina in Sicilia.

Capri Leone fa parte dell’area dei Nebrodi, la parte centrale della catena orografica settentrionale della Sicilia, che si estende per circa 70 chilometri in direzione est-ovest; la catena montuosa unitamente ai Peloritani ad est e alle Madonie ad ovest costituisce l’appennino siculo. Il centro collinare è collocato a 400 m s.l.m. e ciò permette di godere di un panorama dal quale si possono ammirare tre delle sette isole Eolie (Salina, Alicudi e Filicudi).

Dal piccolo borgo, arroccato tra le colline, si può scorgere l’agglomerato urbano della popolosa frazione Rocca, nella parte pianeggiante del territorio comunale.

SEDE INFORMATIVA

Sinagra, Via G.T. Lampedusa s.n.c. (presso i locali della Residenza San Leone)

Sinagra (Sinària in siciliano) è un comune italiano di 2.635 abitanti[2] della Città metropolitana di Messina in Sicilia.

L’ubicazione a ridosso della fiumara, un tempo navigabile e quindi unica via di comunicazione tra l’entroterra ed il mare fa supporre che Sinagra sia stato uno dei primi insediamenti dell’area nebroidea. Il significato del nome riconduce alla dominazione romana. Secondo gli studiosi, infatti, l’etimo Sinagra potrebbe derivare dal latino “sinus”, (insenatura) nome peraltro coerente con la posizione del paese, o da “sinus agri” (campo nei pressi del fiume”, o ancora “sine agro” (senza campo) perché tutto era ricoperto da boschi. Un’ultima interpretazione sull’origine del nome fa riferimento a “sinus aggeris” insenatura arginata. Di questi argini, sembra che vi siano tracce ancora oggi. Le prime notizie documentate su Sinagra sono comunque da collocare in epoca normanna. In una bolla di Papa Eugenio III, datata 1082, si legge dell’assegnazione, fra l’altro, del casale di Sinagra alla chiesa di Messina. Si dice che nel 1053, il Conte Ruggero, ospite del Monastero di San Nicolò di Raccuja, uno dei più importanti cenobi brasiliani dei Nebrodi, girando per i feudi di Sinagra, Naso e Ficarra, abbia avuto farne dono ai numerosi ordini monastici attivi sul territorio.

Dopo i Vespri siciliani, le terre tolte ai francesi furono divise ed assegnate ai nuovi feudatari. Il territorio di Sinagra fu restituito alla famiglia Lancia, marchesi del Vasto e del Monferrato, che lo aveva perso qualche anno prima a conclusione delle sanguinose lotte tra Angioini e Svevi per avere servito questi ultimi, essendo imparentata con il grande sovrano Federico II, sposo di Bianca, rampolla dell’aristocratica famiglia. Sotto il dominio dei Lancia, la nuova baronia conobbe un lunghissimo periodo di splendore. Fu ampliato il castello, costruite chiese, conventi e dato impulso alle attività produttive. Nel 1460, la baronia era talmente potente da avere concessa da re Giovanni la giurisdizione criminale su tutto il feudo. Dal XVI secolo, a governare la baronia di Sinagra fu la famiglia Afflitto. Quest’ultima, legata più al feudo di Mezzogiorno che avrebbe voluto trasformare il principato, cedette Sinagra ai Ventimiglia, già signori del centro nebroideo. In seguito, mancando eredi maschi, con il matrimonio tra Laura Ventimiglia e Girolamo Ioppolo, la baronia passa a quest’ultima famiglia che unisce così sotto un unico dominio Sinagra e Naso. Tra alterne vicende, la baronia rimase nelle mani della nobile famiglia fino all’abolizione dei diritti feudali, nel 1812, anno in cui Sinagra divenne comune autonomo. La nuova condizione favorì la crescita urbanistica ed economica del paese, ma nel 1827, una disastrosa alluvione e lo straripamento del fiume provocarono ingenti danni e la distruzione di numerose chiese. Non ancora sanate le ferite dell’evento calamitoso, appena dieci anni dopo un’altra alluvione spazzò via numerose abitazioni. Il paese fu in gran parte ricostruito, assumendo l’attuale tipologia urbanistica. Significativo fu il contributo dei sinagresi alle rivolte per l’indipendenza che ardevano nella Sicilia del 1840. L’unità d’Italia fu salutata con grande entusiasmo poiché segnava la fine dell’epoca baronale[3].

La frazione di Martini, antico feudo indipendente, rivestì particolare importanza nella Storia feduale e amministrativa della Sicilia in quanto la famiglia Palermo ebbe la concessione di questa terra come Parìa del Regno di Sicilia, che consentiva quindi l’accesso alla Camera dei Pari siciliani. Con privilegio dato in Madrid il 9 novembre 1708, esecutoriato in Messina l’11 ottobre 1709, il re Filippo V di Spagna elevò l’antica baronia di Santo Stefano e Santa Margherita, posseduta dalla famiglia Palermo fin dal XIV secolo, al rango di principato, con don Giovanni V Palermo e Arezzo, 10º barone e 1º principe di Santa Margherita con le altre terre e casali di Messina detti Santo Stefano Mezzano, Galati, Mili e appunto Martini.

SEDE INFORMATIVA

Capo d’Orlando, Via Torrente Forno 57/B (presso i locali di Villa Pacis Sant’Andrea)

Capo d’Orlando (U Capu in siciliano) è un comune italiano di 13 314 abitanti[2] della città metropolitana di Messina in Sicilia.

Centro a prevalente vocazione turistica e commerciale del comprensorio dei Nebrodi, del quale è uno dei poli, insieme a Patti e Sant’Agata di Militello, è nato come borgo di pescatori. Originariamente frazione di Naso, il paese ha raggiunto l’autonomia il 1º agosto 1925, dopo uno sviluppo legato principalmente all’attività dei pescatori.

È sede di attività artistiche (pinacoteca comunale, museo Villa Piccolo, Castello Bastione) ed archeologiche (Terme di Bagnoli).

Il toponimo Capo d’Orlando risale all’Alto Medioevo, ribattezzando la città in onore a una presunta sosta del paladino Orlando che fece durante una crociata in Terra santa. Agatirno, l’antica città greca che corrisponde all’attuale Capo d’Orlando, secondo la leggenda sarebbe stata fondata da Agatirso, figlio di Eolo, re dei venti e delle isole Eolie (da non confondere con Eolo, dio dei venti presso i greci, con il quale viene spesso confuso, a partire dall’Eneide di Virgilio, opera nella quale le due figure mitologiche vengono sovrapposte per la prima volta nel libro I). Il paese avrebbe conservato il nome di Agatirso, “colui che porta lo splendido tirso”: dunque sarebbe stata in origine una città sacra al culto di Dioniso, simboleggiato appunto dal tirso.

Nel 210 a.C., secondo le cronache di Tito Livio, Agatirso o Agatirno, “società di ladri, esuli e malfattori”, subì una massiccia deportazione: circa 4.000 persone furono deportate in Calabria dal console Marco Valerio Levino,[3] forse proprio per effetto dei culti dionisiaci. È questa l’ultima traccia della storia di Capo d’Orlando prima dell’epoca normanna, in quanto i berberi invasero la città senza lasciarne testimonianze arrivate sino a oggi: la testimonianza successiva è di Goffredo da Viterbo, il quale riferisce che il promontorio porta il nome del paladino Orlando (al posto del vecchio nome paganeggiante), da quando Carlomagno, al ritorno dal suo pellegrinaggio a Gerusalemme, fece tappa in Sicilia orientale. Durante il Vespro siciliano il 4 luglio 1299, Capo d’Orlando torna nelle cronache con una battaglia navale tra Giacomo II e Federico III per la reggenza degli Aragonesi in Sicilia, nel contesto della disputa fra Aragonesi e Angioini per il trono siciliano.

Nel 1359 Federico IV d’Aragona assegna al nobile Vinciguerra d’Aragona i possedimenti e il Castello d’Orlando.[4]

Nel 1398, Capo d’Orlando è citata nelle cronache per l’assedio di Bernardo Cabrera, conte di Modica, che insegue Bartolomeo di Aragona, traditore del re Martino I rifugiatosi nel Castello che si trova sul promontorio dal quale Capo d’Orlando prende il nome. In questa occasione il Castello, utilizzato fino ad allora come roccaforte di guardia contro i pirati, viene distrutto: iniziano così le incursioni dei pirati, due delle quali testimoniate nel 1589 e nel 1594, fino alla realizzazione di una postazione di guardia, nel 1645. Nel 1598 il ritrovamento vicino al Castello di una piccola statua della Madonna, riproduzione della Madonna di Trapani, che secondo la leggenda sarebbe stata portata da San Cono Abate, porta la comunità locale a costruire nel 1600 il Santuario di Maria Santissima, tuttora simbolo del paese.




Sanecoop – Sanitaria dei Nebrodi “Coop.Soc.Onlus” Sede Legale: Sant’Angelo di Brolo, C/da Santa Venera n°46
P.I. 03160280834 Capitale Sociale €  34.900,00
COD UNIVOCO W7YVJK9


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